I due mandorli

 


 

 

Mi capita a volte di avvertire l’esigenza di scrivere, sulla traccia delle consegne che do ai miei utenti: un’impellenza, una sorta di frenesia, che di solito assecondo.

E quando do voce a quella parte di me che reclamava il suo spazio, mi sento liberata.

 

Due mandorli si ergevano alle estremità del brullo altopiano, vigili sentinelle sulla distesa erbosa. Per incontrare altri alberi si doveva scendere lungo il pendio che declinava verso il mare per una buona mezz’ora di cammino.

In quella landa desolata, i due mandorli erano testimoni silenziosi dell’avvicendarsi ciclico delle stagioni. Il vento autunnale li spogliava e l’inverno li ricopriva di un candido manto nevoso. Con la primavera tornava la vita e, con essa, il verde cangiante delle foglie, il brulicare degli insetti e lo sbocciare dei fiori. A inizio estate i malli ne riempivano i rami.

A guardarli si sarebbe detto che soffrissero di solitudine.

Eppure, nella profondità della terra, le loro radici attraversavano l’intero altopiano per intrecciarsi le une alle altre, come a tenersi per mano.

Ad ascoltare bene il vento, si poteva udire la storia dei due alberi sussurrata dalle loro foglie: “In questo posto c’è una radice comune da cui sono germogliate due piante diverse. Ci sono stata, ci sono, ci sarò.”

 

Nel rileggere il breve testo scritto, mi sono accorta di essermi ispirata in maniera inconsapevole ad un racconto Zen in cui mi sono imbattuta tempo fa, “La storia dei due ciliegi innamorati”, le cui radici si intrecciano in un abbraccio senza tempo.

Può succedere che, ascoltando o leggendo testi altrui, alcune immagini rimangano impresse più di altre: quei passaggi riecheggiano in noi come voci familiari. Ci si ri - conosce. 

Nel perdermi in quell’abbraccio senza tempo, mi sono ritrovata.


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