Vince chi molla
“Lascio andare la mano
che mi stringe la gola
Lascio andare la fune
Che mi unisce alla riva
Il moschettone nella parete
L'orgoglio e la sete
Lascio andare le valigie
I mobili antichi
Le sentinelle armate in garritta
Ogni mia cosa trafitta
Lascio andare il destino
Tutti i miei attaccamenti
I diplomi appesi in salotto
Il coltello tra i denti
Lascio andare mio padre e mia madre
E le loro paure
Quella casa nella foresta
Un umore che duri davvero
Per ogni tipo di viaggio
Meglio avere un bagaglio leggero
Distendo le vene
E apro piano le mani
Cerco di non trattenere più nulla
Lascio tutto fluire
L'aria dal naso arriva ai polmoni
Le palpitazioni tornano battiti
La testa torna al suo peso normale
La salvezza non si controlla
Vince chi molla
Vince chi molla”
Vince chi molla, Niccolò
Fabi
Vince chi lascia andare. Relazioni finite, situazioni, condizionamenti, pensieri disfunzionali, abitudini che hanno fatto il loro corso.
Lasciar andare significa creare spazio per quanto
verrà di nuovo. Come gli alberi che in autunno lasciano cadere le foglie
secche, per consentire ai nuovi germogli di nascere in primavera.
Negli ultimi anni ha
preso piede il decluttering, ossia
l’arte di eliminare gli ingombri in casa, sbarazzandoci degli oggetti che non
servono più. Nel fare ordine negli spazi fisici, si compie un’opera parallela
di decluttering emotivo: si mette ordine nei pensieri, si stabiliscono priorità.
Alzi la mano chi non
conserva da anni nell’armadio un paio di jeans, una giacca o ancora una maglia,
senza mai indossarli, perché “non si sa mai”. Magari l’ultima volta che li
abbiamo usati è stato nella primavera del 1994, durante un’occupazione a
scuola, ma da una trentina di anni li conserviamo in un cassetto, stipati come
una reliquia.
“Non si sa mai”:
potremmo perdere dieci chili e infilarci di nuovo in quei pantaloni come
fossero una seconda pelle; tra il pensiero di indossarli e riuscire a piegarsi,
una volta indossati, c’è il salto quantico della fede. Potrebbero tornare di
moda la zampa ad elefante, le spalline da giocatore di rugby, le toppe in
camoscio sui gomiti, le tute in acetato, e così via.
Le ragioni per cui si
fa fatica a rinunciare alle cose che non hanno più alcuna utilità possono
essere le più disparate: la valenza affettiva che esse rivestono per noi, la
tendenza a procrastinare, l’ansia generata dalla sensazione del vuoto, la
nostalgia.
Non è semplice lasciar
andare, anche quando si tratta di cose materiali, e non è neppure necessario
sbarazzarsi di tutto. Si può, anzi, si deve scegliere.
Così facendo, ci si ri
- definisce e si definiscono le proprie priorità, nel qui e ora.
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